Dal professor Mario Castellana (già Università del Salento), un suo interessante intervento sul valore della Scienza nella nostra società.
di Mario Castellana
[1]DAL 2001 L’UNESCO ha proclamato il 10 novembre “Giornata Mondiale della Scienza per la Pace e lo Sviluppo” con lo scopo di far comprendere il cruciale ruolo assunto dalle conoscenze scientifiche nelle logiche sempre più interdipendenti del mondo contemporaneo alle prese con problemi inediti, tipici della nostra era e non a caso chiamata Antropocene, anche se su questo termine non c’è ancora unanimità, per il forte impatto delle attività umane sul pianeta Terra; e l’obiettivo di tale iniziativa mira a rendere i cittadini più consapevoli in prima persona della necessità di essere coinvolti col fare proprie le relative conquiste per costruire dei percorsi ad ogni livello tesi alla pace, allo sviluppo ed oggi, in particolar modo, al superamento delle crescenti disuguaglianze, che sono alla fonte e causa di fenomeni come, ad esempio, migrazione e guerre. Per tali ragioni, per ogni anno dal 2002, è stato scelto uno specifico tema che affronti un cruciale problema e che investe l’intera comunità internazionale sulla falsariga del famoso Manifesto Einstein-Russell per scongiurare la guerra nucleare del 1955; e dato che ci troviamo di fronte a possibili catastrofi di dimensioni planetarie per le diverse policrisi in corso, per avvicinare i cittadini e renderli consapevoli dei rischi, per il 2026 si è pensato di trattare un non secondario argomento come la “Diplomazia scientifica: rafforzare la cooperazione in un mondo che cambia” (Common ground through Science Diplomacy).
Ed istituzioni pubbliche e private, associazioni culturali e agenzie educative di ogni ordine e grado, giornali e mass-media sono invitati a celebrare il 10 novembre per riflettere insieme sul ruolo delle scienze e dare loro un debito ‘ascolto’; del resto questo è stato uno degli ultimi inviti rivolto alla comunità mondiale dallo stesso Papa Francesco poco tempo prima della sua morte, un pontefice che, nella sua stessa azione pastorale e più di altri, ha fatto ‘tesoro’ dei risultati scientifici col tenerli in modo programmatico presenti nelle sue più famose Encicliche, col fare sue le indicazioni bibliche presenti in un passo dei Proverbi: “gli sciocchi avranno in odio la scienza; i saggi fanno tesoro della scienza” (Pr 1,22 e 10,14). E non è ancora un caso se proprio in questi ultimi giorni lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha invitato il popolo italiano a fare proprie le conquiste scientifiche e, in particolar modo, quelle delle scienze bio-mediche col ricordarci che ci hanno aiutato a superare molte situazioni critiche, a partire dall’invenzione dei vaccini, e che stanno avendo sempre più successo nel combattere patologie considerate incurabili, con sottolinearne così la dimensione sociale e pubblica.
In tutto questo viene a giocare un ruolo insostituibile la divulgazione scientifica che specialmente in Italia, sino a qualche tempo fa, è stata sottovalutata anche per il predominio plurisecolare di una strategia culturale imperniata da una parte sulla separazione tra cultura umanistica e cultura scientifica e, dall’altra, dalla conseguenziale non adeguata presa in carica del valore teoretico e spirituale della ricerca scientifica; ma grazie al lavoro storico-epistemologico portato avanti nel secolo scorso da pochi filosofi e da alcuni scienziati, come il più noto Einstein ed il meno noto italiano Federigo Enriques (1871-1946), si sta sia pure faticosamente prendendo coscienza di tale dimensione, che poi è sostanzialmente quella veritativa, aspetto su cui hanno insistito in particolar modo delle figure femminili come Simone Weil (1909-1943) ed Hélène Metsger (1889-1944) nel considerare rispettivamente la scienza e la matematica in particolare un modo per ‘non mentire sul reale’ ed ‘la corazza dello spirito umano’. E spiegare e far comprendere il fatto che con le scienze, da quelle naturali a quelle umane anche se questa distinzione ormai non regge più perché è solo un espediente messo in piedi dalla preponderante letteratura sulla separazione delle ‘due culture’, si ha a che fare con alcuni ‘fili del vero’ dovuti ‘al non mentire’ sulle ‘infinite ragioni del reale’, come ci indicava già Leonardo Da Vinci, è la basilare operazione preliminare per farne il perno della ‘diplomazia scientifica’. Le ‘Giornate Mondiali della Scienza’ tra le altre cose sono occasioni per ribadire in primis tale non secondario aspetto e per educarci al rispetto di poche ma decisive verità faticosamente raggiunte, pur col pieno di inevitabili errori, col prendere atto del fatto che ‘più si allunga il raggio della conoscenza, più si allarga la circonferenza dell’ignoranza’ a dirla con col genetista Victor Kusick; ed un primo passo in tal senso è prendersi sulle spalle il senso delle incompiutezze della scienza, e nello stesso tempo il suo essere in modo costante un indispensabile passo verso la verità, e non la verità in senso assoluto, in quanto è una costruzione umana con poche ancora vittorie, nonostante le molte conoscenze acquisite in ogni campo, e molte sconfitte che hanno avuto il non secondario ruolo di prendere atto dei nostri limiti, punto di partenza di una nuova Paideia da più parti avanzata per renderci più ‘saggi’ nel senso biblico del termine.
Fare i debiti conti con la storia delle scienze porta come dono razionale al genere umano il dialogo tra le discipline con i loro stessi limiti, il pluralismo delle idee e le verifiche delle teorie avanzate da parte di più comunità che permettono di raggiungere un certo grado di oggettività su cui si costruiscono le tecniche e pratiche in uso; e se una malattia, ad esempio, viene sconfitta è perché dietro c’è stato un lungo ricercare le cause col prendere come oggetto di indagine il complesso organismo umano, di cui ancora non sappiamo abbastanza a partire dal nostro cervello di cui conosciamo a mala pena un 20% del suo modo d’essere. E ancora se una macchina ci porta da un posto all’altro ed è in grado di penetrare nel nostro corpo o di andare nello spazio è perché dietro ci sono la meccanica razionale da Galileo a Lagrange, poi irrobustita con le altre meccaniche come quella elettromagnetica e quella relativistica, e la meccanica quantistica, dotate tutte di apparati matematici che le hanno reso possibili; dietro un computer, poi, c’è una lunga storia che parte dalla logica aristotelica per arrivare alla logica matematica tra ’800 e ’900 e all’informatica che hanno avuto il compito di rendere le conoscenze acquisite meno contraddittorie e di trasportarle con più facilità da un contesto all’altro per farne un buon uso, complesso processo che deve essere regolato da un nomos da costruire giorno dopo giorno, come ci insegna il vecchio ma ancora valido mito di Prometeo nel donare all’umanità il fuoco ma anche il modo per non esserne alla mercè.
Ma tutto questo richiede sempre più un maggiore impegno da parte dei cittadini di conoscerne le dinamiche per rendersi responsabili dell’uso delle tecniche che ne derivano, per partecipare attivamente alle scelte sociali per orientarne i percorsi e non lasciarsi travolgere dalle derive della tecnocrazia o “tecno potere” che sempre più tende asservire la sana ricerca ad interessi di pochi per poi imporre la loro visione dell’uomo; è necessario oggi, dati i problemi in gioco a livello planetario, come ci indicano le Giornate Mondiali della Scienza, costituire una agorà che comprenda tutto il mondo, come fecero i Maestri Greci che discutevano animatamente delle conquiste del pensiero matematico, molte delle quali pervenute grazie all’incontro-scontro con altre civiltà, per poi accordarsi sui principi di fondo nella pubblica piazza delle loro città da Atene a Crotone e Siracusa. Tale esercizio critico, nella situazione odierna più che mai necessario, portò, com’è noto, alla nascita della scienza, così come la concepiamo oggi, alla filosofia e alle prime germinali idee democratiche tale da far dire a Zenone, prima di essere giustiziato dal tiranno di Siracusa che gli chiedeva a cosa gli fossero servite filosofia e matematica, di ‘disprezzare i tiranni’; tale opzione etico-politica va coltivata più che mai per ‘riconoscere i nuovi tiranni’ che si annidano in vari contesti a partire proprio dal negare il senso veritativo delle scienze nel ridurle a puro strumento di potere.
Discutere, così, dei continui risultati scientifici che ogni scienza ci dona e confrontarci debitamente con essi non è, pertanto, un esercizio solo di natura teorica, ma un modo da una parte per rafforzare le nostre difese razionali e la stessa democrazia, sempre fragili e alla mercè di hybris da noi stessi coltivate che portano ad assolutizzare in senso ideologico alcune nostre pretese. Dall’altra, fanno comprendere di essere più responsabili verso ciò che ci circonda in quanto aiutano a capire che dalle nostre future scelte dipenderanno le sorti dell’intero Pianeta, sempre più bisognoso come un malato di cure adeguate in quanto è in sofferenza e ci manda dei segnali-grido che vanno diagnosticati in tempo per agire in maniera adeguata; e tali scelte vanno fatte attraverso la diplomazia scientifica, il confronto dei risultati e soprattutto attraverso l’educazione dei cittadini che sono chiamati in prima persona a sostenere i giovani impegnati nella ricerca e a creare le condizioni anche nei rispettivi paesi perché questo avvenga. Insieme, con l’aiuto veritativo delle scienze e con ascoltarne il loro modo particolare di dare voce alle ragioni del mondo spesso soffocate da interessi vari e di pochi, si potranno avere gli strumenti per forgiare diversamente il nostro futuro; la ‘Giornata Mondiale della Scienza per la Pace e lo Sviluppo’, pertanto, diventa un’occasione per rendere sempre di più le conquiste scientifiche un patrimonio cognitivo condiviso, farle uscire dai luoghi in cui vengono prodotte e restituirle ai cittadini con l’obiettivo di essere parte integrante dell’insieme dei beni comuni.
