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SCIENZA, STORIA & NOI

«Basta, sono stufa di procreare!» L’evoluzione delle “menopause”

L'evoluzione della specie di fronte alla "menopausa" (Healthy pregnancy - Immagine Pixabay, libero utilizzo)

L’evoluzione della specie di fronte alla “menopausa” (Healthy pregnancy – Immagine Pixabay, libero utilizzo)

a cura di ROBERTO  MACCHIARELLI

(paleoantropologo, già professore ordinario al Dipartimento Geoscienze dell’Università di Poitiers e al Muséum di Storia Naturale di Parigi)

Roberto Macchiarelli

Roberto Macchiarelli

OSSERVANDO LA natura da semplici curiosi, la sua complessità e i suoi fenomeni, le mille sfaccettature che ci lasciano ogni volta sorpresi e affascinati, siamo portati – per avere un punto di riferimento “facile” rispetto al quale orientarci, o allora per spirito riduzionista, oppure per semplice ignoranza, presunzione, per cecità… – a valutarla (talvolta, a “giudicarla”), a rapportarla al modello umano, il più familiare e rassicurante. È in genere rispetto a NOI che valutiamo il resto, soprattutto gli altri esseri viventi, un po’ come se gli ALTRI fossero là per caso, subordinati, accessori, asserviti, comunque incomparabili rispetto all’unicità e complessità del NOI, caratteristiche che stimiamo ci contraddistinguano e conferiscano uno status e diritti al di sopra di tutto/i che, eventualmente, solo NOI abbiamo la facoltà di estendere, a nostro piacimento. O convenienza.
Ricordate quando un tempo si portavano i bambini allo zoo a scoprire il buffo scimpanzé, che intanto, sornione, con una certa nonchalance proiettava il suo sguardo – un lampo indecifrabile tra indifferenza e disperazione – verso il curiosissimo pubblico dall’altra parte del vetro? (per fortuna, questo genere di contesti sono ormai rarissimi). Quante risate per quelle smorfie antropomorfe: quando proiettava in avanti e muoveva rapidamente le labbra, batteva una mano per terra… oppure si stirava, accavallava le gambe, si grattava le parti basse! Ecco: un umano mancato, incompleto, deficiente (nel senso originale della sua radice latina), sul quale continuare a ironizzare per giorni.
Eppure, lo scimpanzé (Pan) non è una versione primitiva, incompiuta di un essere umano, né NOI rappresentiamo una forma evoluta di scimpanzé: siamo organismi distinti, due apicali nella straordinaria diversità del vivente che condividono una storia relativamente recente di antenati genetici alla base della biforcazione “panini-ominini” (tra 6 e 5 milioni di anni fa) in seno alla famiglia degli ominidi, a sua volta frazione del ramo degli ominoidi (superfamiglia), quindi dei primati (ordine), dei mammiferi (classe)… eccetera.
Questo per dire che, osservandolo dietro il vetro, quasi invariabilmente rapportiamo lo scimpanzé a NOI, mentre assai raramente – diciamo pure mai – compiamo il percorso inverso, quello cioè dal modello animale all’umano. Eppure, per meglio comprendere diversi aspetti del nostro stesso essere, avremmo senz’altro interesse ad invertire più spesso l’orientamento delle lenti di osservazione, attenuando l’antropocentrismo nel quale ci beiamo da secoli autocelebrandoci.
Prendiamo il caso del “paradosso” della menopausa, la cessazione fisiologica permanente della funzione ovarica (con aumento dei tassi dell’ormone follicolo-stimolante e di quello luteinizzante e la diminuzione dei livelli degli estrogeni e progestinici). Si tratta di una fase di transizione biologica che, nelle donne europee, si estende per circa il 40 per cento della vita, accompagnata nel periodo postmenopausale da un numero di sintomi e fastidi che può superare la settantina e che influenza l’invecchiamento di tutti gli organi e lo stato di salute dell’intero organismo.
È interessante notare come, nonostante l’allungamento dell’aspettativa di vita registrato nell’ultimo secolo, almeno in Europa l’età media di insorgenza della menopausa sia rimasta piuttosto stabile. Ma il fenomeno è universale. Tra i cacciatori-raccoglitori Hadza della Tanzania, ove le donne generano il loro ultimo figlio intorno ai 40 anni, la vita si protrae mediamente per oltre 25 anni in assenza di maternità.
In un’ottica evoluzionistica di tipo “darwiniano” classico, la menopausa è una sorta di contradictio biologica e spiegare come si sia evoluta è una sfida. In condizioni naturali, i membri di tutte le specie dovrebbero cercare di trasmettere il maggior numero possibile di geni alla generazione successiva, obiettivo raggiungibile estendendo al massimo la possibilità di riprodursi, non arrestandola per decenni. Assumendo che, verosimilmente, la menopausa abbia caratterizzato anche i nostri antenati diretti e altri membri del ramo ominino, come mai questa condizione è insorta nel corso della nostra storia biologica, è stata favorita dalla selezione naturale e si è generalizzata? Quali sono i vantaggi evolutivi di vivere a lungo oltre l’età fertile? È possibile che anche un’estesa vita post-riproduttiva offra qualche vantaggio comparabile?

Come mai la menopausa nelle femmine degli umani? Una questione piuttosto complessa

La questione è dibattuta da decenni. Una delle prime spiegazioni assumeva la pericolosità di una gravidanza in età avanzata rispetto al vantaggio sociale di aiutare la progenie già nata, anche se questa visione non spiega perché lo stesso meccanismo non debba valere anche per la maggior parte degli altri mammiferi. In seguito, con la cosiddetta “ipotesi della nonna”, fu introdotto il modello di “fitness inclusiva”, secondo il quale a volte l’evoluzione può favorire la cooperazione vs/ la propria riproduzione: aiutare figlie e nipoti fertili ad avere rapidamente più figli permette indirettamente di trasmettere una quota maggiore dei propri geni alla generazione successiva. In sostanza, quest’ipotesi suggerisce che le donne si siano adattate a vivere oltre l’età riproduttiva per contribuire ad aumentare la fertilità della propria prole e la sopravvivenza dei nipoti.
Non sappiamo ancora esattamente quanti mammiferi condividano con gli umani questa condizione, ma sappiamo per certo che la menopausa è rarissima, dato che nella maggior parte degli animali le femmine continuano a riprodursi quasi per tutta la vita. Ad oggi, la menopausa è stata accertata soltanto nei gorilla, negli scimpanzé – i.e., in entrambi i nostri parenti più prossimi nell’attuale diversità del vivente – e in alcuni cetacei odontoceti: le orche, i capodogli, due tipi di delfinidi (la balena pilota dalle pinne corte e la falsa orca), i narvali e i beluga. Possiamo estendere anche a loro l’“ipotesi della nonna”? Per capire meglio il fenomeno umano, guardiamo dunque alla natura testando il modello animale.
Come documentato per la prima volta nel caso di Matu, una femmina del Parco Nazionale Impenetrabile di Bwindi, in Uganda, i gorilla possono sopravvivere oltre un decennio alla fine del ciclo ovarico, periodo che i ricercatori dell’Istituto Max Planck di Antropologia Evolutiva di Lipsia stimano essersi prolungato per almeno 15 anni (30% della vita) nelle cinquantenni Siatu e Binyindo, due femmine del medesimo parco. Tra i gorilla, dove prevale la poliginia, sia i maschi che le femmine possono integrare nuovi gruppi, anche più volte nel corso della loro vita, ma la situazione è più varia per le femmine: l’85 per cento dei loro piccoli è generato dal maschio alfa del gruppo e i rischi di consanguineità sono elevati. In questo quadro, l’“ipotesi della nonna” non è modello soddisfacente e, per il momento, la menopausa sembra avere un significato “non adattativo”. Ma non ne siamo certi.
Il modello prevalente di accoppiamento negli scimpanzé è la promiscuità. Attraverso l’analisi ormonale delle urine di diverse femmine di età superiore ai 50 anni, gli etologi stimano che una femmina trascorra il 20% della propria vita in uno stato post-riproduttivo. Tuttavia, all’epoca di insorgenza della menopausa, le scimpanzé anziane vivono da tempo separate dalle figlie, poiché queste ultime lasciano i gruppi originari una volta raggiunta la pubertà (dispersione femminile).
Ecco dunque necessaria un’altra spiegazione per l’evoluzione della sopravvivenza postmenopausale proprio nel nostro primo cugino con il quale condividiamo l’ultimo antenato comune più recente. La più accreditata è “l’ipotesi del conflitto riproduttivo”. Quando si uniscono a un nuovo branco, le femmine di scimpanzé diventano sempre più imparentate con gli altri membri del gruppo e devono affrontare la competizione con le altre femmine per le limitate opportunità riproduttive a causa delle risorse. Quelle più anziane smetterebbero di riprodursi per limitare i costi derivanti dalla competizione: con meno cibo a disposizione, eventuali altri figli potrebbero facilmente non farcela, mentre loro possono trarre vantaggio dal cedere le opportunità riproduttive alle più giovani evitando conflitti. Man mano che invecchiano, diventano “nonne-non nonne” con un forte legame con il gruppo, ma senza parenti specifici da aiutare.
Quid degli odontoceti? Le specie note per andare incontro alla menopausa vivono oltre 40 anni in più rispetto a quelle che non la manifestano. Qui il quadro si fa però più complesso perché le dimensioni dei gruppi, le gerarchie, le strutture sociali, le dinamiche di approvvigionamento e di condivisione del cibo sono assai eterogenee tra i cetacei.
Tra le orche, sono sempre le “nonne”, geneticamente le più imparentate con tutti i membri del branco, a guidare il gruppo. Le madri e le figlie adulte si trovano però ciclicamente in competizione per la riproduzione. Ogni femmina ha infatti bisogno del 40 per cento in più di nutrimento per sostenere l’allattamento, e le neo-mamme tendono a non condividere le prede catturate. Se la longevità di una matriarca assicura la sicurezza della propria famiglia, ad un certo punto la concorrenza delle femmine più giovani diventa molto forte favorendo la sua uscita dal “gioco della riproduzione”: a quel punto, non ha più senso rimanere fertili a lungo termine, meglio implicarsi nell’assistenza intergenerazionale. Ecco perché un’orca può vivere anche più di 40 anni dopo l’arresto dell’ovulazione continuando a guidare il branco.
Tra gli odontoceti, i modelli “ipotesi della nonna” e “ipotesi del conflitto riproduttivo” non sono mutualmente escludibili, ma piuttosto complementari: mentre la prima spiega l’allungamento della durata della vita, il conflitto riproduttivo spiega perché cessi la fertilità.
La menopausa è dunque un evento fisiologico complesso, multifattoriale, apparso indipendentemente in diverse linee di mammiferi e, probabilmente, ancora in evoluzione, anche tra gli ominidi cui apparteniamo. Negli scimpanzé, la menopausa potrebbe essersi manifestata solo piuttosto tardivamente – dunque, non essere esistita nell’ultimo antenato condiviso con la nostra linea evolutiva – o, come sembrerebbe il caso dei gorilla, non avere un valore pienamente adattativo: ancora una volta, il “caso” e la “necessità”.
Ecco quindi che allargare il campo di osservazione, spostandolo dal NOI come modello paradigmatico agli ALTRI, può svelare complessità insospettate. Se, da un lato, questo rende certamente le storie – anche la nostra – più difficili da interpretare, dall’altro ci ricorda che siamo parte di un inestricabile reticolo naturale in stato di perpetuo divenire.
Dovremmo pensarci più spesso.Osservando la natura da semplici curiosi, la sua complessità e i suoi fenomeni, le mille sfaccettature che ci lasciano ogni volta sorpresi e affascinati, siamo portati – per avere un punto di riferimento “facile” rispetto al quale orientarci, o allora per spirito riduzionista, oppure per semplice ignoranza, presunzione, per cecità… – a valutarla (talvolta, a “giudicarla”), a rapportarla al modello umano, il più familiare e rassicurante. È in genere rispetto a NOI che valutiamo il resto, soprattutto gli altri esseri viventi, un po’ come se gli ALTRI fossero là per caso, subordinati, accessori, asserviti, comunque incomparabili rispetto all’unicità e complessità del NOI, caratteristiche che stimiamo ci contraddistinguano e conferiscano uno status e diritti al di sopra di tutto/i che, eventualmente, solo NOI abbiamo la facoltà di estendere, a nostro piacimento. O convenienza.
Ricordate quando un tempo si portavano i bambini allo zoo a scoprire il buffo scimpanzé, che intanto, sornione, con una certa nonchalance proiettava il suo sguardo – un lampo indecifrabile tra indifferenza e disperazione – verso il curiosissimo pubblico dall’altra parte del vetro? (per fortuna, questo genere di contesti sono ormai rarissimi). Quante risate per quelle smorfie antropomorfe: quando proiettava in avanti e muoveva rapidamente le labbra, batteva una mano per terra… oppure si stirava, accavallava le gambe, si grattava le parti basse! Ecco: un umano mancato, incompleto, deficiente (nel senso originale della sua radice latina), sul quale continuare a ironizzare per giorni.
Eppure, lo scimpanzé (Pan) non è una versione primitiva, incompiuta di un essere umano, né NOI rappresentiamo una forma evoluta di scimpanzé: siamo organismi distinti, due apicali nella straordinaria diversità del vivente che condividono una storia relativamente recente di antenati genetici alla base della biforcazione “panini-ominini” (tra 6 e 5 milioni di anni fa) in seno alla famiglia degli ominidi, a sua volta frazione del ramo degli ominoidi (superfamiglia), quindi dei primati (ordine), dei mammiferi (classe)… eccetera.
Questo per dire che, osservandolo dietro il vetro, quasi invariabilmente rapportiamo lo scimpanzé a NOI, mentre assai raramente – diciamo pure mai – compiamo il percorso inverso, quello cioè dal modello animale all’umano. Eppure, per meglio comprendere diversi aspetti del nostro stesso essere, avremmo senz’altro interesse ad invertire più spesso l’orientamento delle lenti di osservazione, attenuando l’antropocentrismo nel quale ci beiamo da secoli autocelebrandoci.
Prendiamo il caso del “paradosso” della menopausa, la cessazione fisiologica permanente della funzione ovarica (con aumento dei tassi dell’ormone follicolo-stimolante e di quello luteinizzante e la diminuzione dei livelli degli estrogeni e progestinici). Si tratta di una fase di transizione biologica che, nelle donne europee, si estende per circa il 40 per cento della vita, accompagnata nel periodo postmenopausale da un numero di sintomi e fastidi che può superare la settantina e che influenza l’invecchiamento di tutti gli organi e lo stato di salute dell’intero organismo.
È interessante notare come, nonostante l’allungamento dell’aspettativa di vita registrato nell’ultimo secolo, almeno in Europa l’età media di insorgenza della menopausa sia rimasta piuttosto stabile. Ma il fenomeno è universale. Tra i cacciatori-raccoglitori Hadza della Tanzania, ove le donne generano il loro ultimo figlio intorno ai 40 anni, la vita si protrae mediamente per oltre 25 anni in assenza di maternità.
In un’ottica evoluzionistica di tipo “darwiniano” classico, la menopausa è una sorta di contradictio biologica e spiegare come si sia evoluta è una sfida. In condizioni naturali, i membri di tutte le specie dovrebbero cercare di trasmettere il maggior numero possibile di geni alla generazione successiva, obiettivo raggiungibile estendendo al massimo la possibilità di riprodursi, non arrestandola per decenni. Assumendo che, verosimilmente, la menopausa abbia caratterizzato anche i nostri antenati diretti e altri membri del ramo ominino, come mai questa condizione è insorta nel corso della nostra storia biologica, è stata favorita dalla selezione naturale e si è generalizzata? Quali sono i vantaggi evolutivi di vivere a lungo oltre l’età fertile? È possibile che anche un’estesa vita post-riproduttiva offra qualche vantaggio comparabile?
La questione è dibattuta da decenni. Una delle prime spiegazioni assumeva la pericolosità di una gravidanza in età avanzata rispetto al vantaggio sociale di aiutare la progenie già nata, anche se questa visione non spiega perché lo stesso meccanismo non debba valere anche per la maggior parte degli altri mammiferi. In seguito, con la cosiddetta “ipotesi della nonna”, fu introdotto il modello di “fitness inclusiva”, secondo il quale a volte l’evoluzione può favorire la cooperazione vs/ la propria riproduzione: aiutare figlie e nipoti fertili ad avere rapidamente più figli permette indirettamente di trasmettere una quota maggiore dei propri geni alla generazione successiva. In sostanza, quest’ipotesi suggerisce che le donne si siano adattate a vivere oltre l’età riproduttiva per contribuire ad aumentare la fertilità della propria prole e la sopravvivenza dei nipoti.
Non sappiamo ancora esattamente quanti mammiferi condividano con gli umani questa condizione, ma sappiamo per certo che la menopausa è rarissima, dato che nella maggior parte degli animali le femmine continuano a riprodursi quasi per tutta la vita. Ad oggi, la menopausa è stata accertata soltanto nei gorilla, negli scimpanzé – i.e., in entrambi i nostri parenti più prossimi nell’attuale diversità del vivente – e in alcuni cetacei odontoceti: le orche, i capodogli, due tipi di delfinidi (la balena pilota dalle pinne corte e la falsa orca), i narvali e i beluga. Possiamo estendere anche a loro l’“ipotesi della nonna”? Per capire meglio il fenomeno umano, guardiamo dunque alla natura testando il modello animale.
Come documentato per la prima volta nel caso di Matu, una femmina del Parco Nazionale Impenetrabile di Bwindi, in Uganda, i gorilla possono sopravvivere oltre un decennio alla fine del ciclo ovarico, periodo che i ricercatori dell’Istituto Max Planck di Antropologia Evolutiva di Lipsia stimano essersi prolungato per almeno 15 anni (30% della vita) nelle cinquantenni Siatu e Binyindo, due femmine del medesimo parco. Tra i gorilla, dove prevale la poliginia, sia i maschi che le femmine possono integrare nuovi gruppi, anche più volte nel corso della loro vita, ma la situazione è più varia per le femmine: l’85 per cento dei loro piccoli è generato dal maschio alfa del gruppo e i rischi di consanguineità sono elevati. In questo quadro, l’“ipotesi della nonna” non è modello soddisfacente e, per il momento, la menopausa sembra avere un significato “non adattativo”. Ma non ne siamo certi.
Il modello prevalente di accoppiamento negli scimpanzé è la promiscuità. Attraverso l’analisi ormonale delle urine di diverse femmine di età superiore ai 50 anni, gli etologi stimano che una femmina trascorra il 20% della propria vita in uno stato post-riproduttivo. Tuttavia, all’epoca di insorgenza della menopausa, le scimpanzé anziane vivono da tempo separate dalle figlie, poiché queste ultime lasciano i gruppi originari una volta raggiunta la pubertà (dispersione femminile).
Ecco dunque necessaria un’altra spiegazione per l’evoluzione della sopravvivenza postmenopausale proprio nel nostro primo cugino con il quale condividiamo l’ultimo antenato comune più recente. La più accreditata è “l’ipotesi del conflitto riproduttivo”. Quando si uniscono a un nuovo branco, le femmine di scimpanzé diventano sempre più imparentate con gli altri membri del gruppo e devono affrontare la competizione con le altre femmine per le limitate opportunità riproduttive a causa delle risorse. Quelle più anziane smetterebbero di riprodursi per limitare i costi derivanti dalla competizione: con meno cibo a disposizione, eventuali altri figli potrebbero facilmente non farcela, mentre loro possono trarre vantaggio dal cedere le opportunità riproduttive alle più giovani evitando conflitti. Man mano che invecchiano, diventano “nonne-non nonne” con un forte legame con il gruppo, ma senza parenti specifici da aiutare.
Quid degli odontoceti? Le specie note per andare incontro alla menopausa vivono oltre 40 anni in più rispetto a quelle che non la manifestano. Qui il quadro si fa però più complesso perché le dimensioni dei gruppi, le gerarchie, le strutture sociali, le dinamiche di approvvigionamento e di condivisione del cibo sono assai eterogenee tra i cetacei.
Tra le orche, sono sempre le “nonne”, geneticamente le più imparentate con tutti i membri del branco, a guidare il gruppo. Le madri e le figlie adulte si trovano però ciclicamente in competizione per la riproduzione. Ogni femmina ha infatti bisogno del 40 per cento in più di nutrimento per sostenere l’allattamento, e le neo-mamme tendono a non condividere le prede catturate. Se la longevità di una matriarca assicura la sicurezza della propria famiglia, ad un certo punto la concorrenza delle femmine più giovani diventa molto forte favorendo la sua uscita dal “gioco della riproduzione”: a quel punto, non ha più senso rimanere fertili a lungo termine, meglio implicarsi nell’assistenza intergenerazionale. Ecco perché un’orca può vivere anche più di 40 anni dopo l’arresto dell’ovulazione continuando a guidare il branco.
Tra gli odontoceti, i modelli “ipotesi della nonna” e “ipotesi del conflitto riproduttivo” non sono mutualmente escludibili, ma piuttosto complementari: mentre la prima spiega l’allungamento della durata della vita, il conflitto riproduttivo spiega perché cessi la fertilità.
La menopausa è dunque un evento fisiologico complesso, multifattoriale, apparso indipendentemente in diverse linee di mammiferi e, probabilmente, ancora in evoluzione, anche tra gli ominidi cui apparteniamo. Negli scimpanzé, la menopausa potrebbe essersi manifestata solo piuttosto tardivamente – dunque, non essere esistita nell’ultimo antenato condiviso con la nostra linea evolutiva – o, come sembrerebbe il caso dei gorilla, non avere un valore pienamente adattativo: ancora una volta, il “caso” e la “necessità”.
Ecco quindi che allargare il campo di osservazione, spostandolo dal NOI come modello paradigmatico agli ALTRI, può svelare complessità insospettate. Se, da un lato, questo rende certamente le storie – anche la nostra – più difficili da interpretare, dall’altro ci ricorda che siamo parte di un inestricabile reticolo naturale in stato di perpetuo divenire.
Dovremmo pensarci più spesso.


 

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