Titolo: L'impunita
Sottotitolo: Una donna sola contro tutti
Autore: Francesco Caroli
Editore: ERF Edizioni
Anno di edizione: 2026
Pagine: 180
ISBN: 979-12-54901-17-5
Prezzo di copertina: 16 euro
L’impunita. Una donna sola contro tutti, è un romanzo che affronta un tema di scottante attualità: la violenza maschile sul corpo delle donne. Un fenomeno che tarda a scomparire dalla nostra società, chiamata forse a torto “moderna”. Ne sono testimonianza i continui e ripetuti fatti di cronaca che informano di violenze e omicidi ai danni di donne e ragazze.
Ispirato da una storia vera, la trama del romanzo ci proietta immediatamente agli inizi degli anni Ottanta. Di fronte a uno specchio una ragazza non si riconosce più. Devastata dagli effetti pesanti della droga, e dalla sua vita che va completamente a rotoli, non sa più chi è e che cosa fa. Nessuno conosce la vera Alessandra. Nemmeno lo specchio. Da quando dall’ombra qualcosa ha cambiato per sempre la sua vita, lei ha appreso l’arte di scomparire, di rendersi invisibile con mille identità diverse. E nessuna lacrima uscirà più dai suoi occhi. Di fronte allo specchio, pian piano riemergono, dalla sua memoria “sbiancata”, alcuni ricordi che la portano due anni prima a vivere le ore più drammatiche della sua vita, sino ad allora spensierata. Alessandra è infatti una ragazzina di soli quindici anni.
È contenta perché è in vacanza al mare con i suoi genitori, in una delle più belle isole dell’arcipelago toscano. Tra un divertimento e l’altro sulla spiaggia con le amiche, incomincia ad essere corteggiata con fare discreto da un ragazzo, vicino d’ombrellone. Inizia a sognare le gioie di un primo amore romantico. Accetta un appuntamento. Ma le sue speranze vengono ben presto deluse. Da quel momento è una discesa negli inferi, che la porterà negli anni successivi sulla strada della droga. Accanto a lei vi è il suo alter ego, Ale, la sua coscienza, che a volte la sostiene per farle coraggio nei momenti più critici, ma a volte si allontana, separando il suo corpo dall’anima, “per non soffrire”.
Con una grande forza di volontà, Alessandra riesce ad allontanarsi da tutti coloro che ne hanno devastato l’esistenza, iniziando una non facile guarigione con l’assunzione del metadone. E la sua vita riprende a fluire in modo quasi del tutto normale. Ma non dimenticherà mai ciò che ha dovuto affrontare da sola negli anni della sua prima giovinezza. Ormai adulta, affida a un giovane cronista, Rocco Alibrandi, l’incarico di ritrovare coloro che le hanno assassinato l’anima. Riuscirà costui – in un’inchiesta riservata e condotta da uomini delle forze dell’ordine sotto copertura – a scoprire i “colpevoli” di chi ha fatto del male ad Alessandra?
Il romanzo si articola in un prologo e dieci capitoli. In ciascuno di essi sono presenti due punti vista: uno femminile (quello di Alessandra) e l’altro maschile (quello di Rocco). Alla fine del libro, in una postfazione, il paleoantropologo italo-francese Roberto Macchiarelli cerca di definire i contorni antropologici e culturali che portano alla violenza maschile sulle donne. Cosa che fa lo stesso autore che in una nota piuttosto ampia si assume il compito di inquadrare la violenza di genere da un punto di vista storico, politico ed economico. Arricchisce il volume la presentazione di alcuni versi dedicati alla bellezza del viso femminile, disegnato come un affresco in tutti i suoi contorni somatici e psicologici.
Diamo qui di seguito l'anteprima delle prime pagine del romanzo: il "Prologo", che introduce gli altri dieci capitoli che sono parte integrante al libro.
All’improvviso, camminando a piedi nudi sulle punte, si ritrovò davanti allo specchio.
Si percepì come se non avesse più corpo.
A metà strada, dal letto alla specchiera del comò, una specie di robot saltellante ed esangue prese a osservarla.
Quell’immagine, del tutto inaspettata, non le disse proprio nulla. Chi era quella cosa, che la fissava senza battere ciglio?
Una cosa a lei del tutto ignota, che la guardava dallo specchio... senza un fremito, a occhi sbarrati! In un quadro allucinante, che si ripeteva all’infinito. E, dentro al quadro, un’ombra scontornata: un fantasma proveniente chissà da dove. Un puro spirito che non si riusciva a capire chi fosse. Era vestito di una lunga camicia da notte, dal colore indefinito, di un candido sporco forse, che arrivava fino ai piedi, aperta su di un petto da adolescente. I contorni del viso imprigionavano le orbite bianche delle pupille, che spiccavano come due piccoli led, e le iridi scure piuttosto larghe, che si indovinavano appena perché si perdevano nelle palpebre.
Chi era quell’essenza irriconoscibile?
Chi era lei?
Non ricordava in quel momento il suo nome.
Tre lettere le si affollarono nella mente.
A – Elle – E. ALE.
Ale?
Sì, ricordava ora.
Il suo nome si materializzò dallo zero della sua mente sbiancata. Alessandra. Sì, lei si chiamava Alessandra. Alessandra Moscatelli. Ale per tutti.
Sì, Alessandra!
Ma quante Alessandre si erano materializzate, da quel pomeriggio, dentro allo specchio?
Ale numero uno.
Una ragazzina carina, solare, con una gran voglia di vivere. E di divertirsi con le amiche. Generosa! Forse troppo. Con un grande desiderio, un sogno stupendo: trovare un ragazzo a cui voler bene, e che le avrebbe voluto bene. Innamorarsi. Per la prima volta, davvero. Fare con lui le prime scoperte da adolescente. E poi in modo naturale decidere di fare sempre con lui forse la prima volta l’amore. Una semplice speranza? Può darsi, ma anche una cosa in cui credere senza mezzi termini, sapendo che ne sarebbe valsa la pena.
Poi vi era la Ale numero due.
L’allieva problematica, quella che non studiava, che faceva sempre buca alle lezioni, la ribelle, che gli insegnanti additavano ai compagni come un cattivo esempio da non imitare, quella che a casa rientrava tardi la notte, all’alba, senza avvisare. La pecora nera della famiglia. La figlia che era una vera e propria disperazione per i genitori.
E la Ale numero tre?
Quella che credeva ciecamente negli altri e per questo la mettevano sempre in difficoltà.
E poi?
La Ale numero quattro, cinque, sei, sette... Quante le Ale che si erano riflesse in quello specchio? Lei non lo sapeva, e non lo voleva sapere.
Così lo specchio le restituì, come un debito che non aveva mai pagato, l’ultimo riflesso di un qualcosa che chiudeva completamente gli occhi e, nel momento stesso che li chiudeva, si accasciava sul pavimento.
***
Quanto tempo era rimasta lì stesa?
Se lo chiese appena riprese conoscenza.
Cercò di riordinare i pensieri, senza riuscirci in modo compiuto.
Facendosi forza, con una violenza inaudita su se stessa, aprì lentamente gli occhi.
Non si rendeva conto dove fosse finita, né da quanto tempo. Qualcosa le disse che era adagiata per terra, nella sua stanza, con il viso che poggiava direttamente sopra il freddo delle mattonelle.
Si trascinò con le mani verso il letto: un cucciolo che cerca disperatamente il calore protettivo della madre. Aggrappandosi al bordo della branda, con fatica si sollevò, riuscendo in pochi secondi a mettersi sotto le coperte.
Era sola nella stanza.
Ne fu contenta.
Poteva mettere ordine ai suoi pensieri senza essere disturbata.
Si accovacciò in posizione fetale, la posizione che prediligeva da coricata quando voleva rimanere isolata da tutto il resto.
Cercò con tutte le forze di riemergere dal torpore che le impediva di muoversi e ragionare. Voleva ad ogni costo tentare di essere presente a se stessa.
Per questo si sistemò supina, tirandosi le coperte oltre la testa. Sbatté più volte le palpebre per pensare a quello che le era accaduto in tutti quegli anni.
Il ricordo (che persisteva, e non si scioglieva come neve al sole, nonostante i suoi sforzi) la trasportò come sempre in quel luogo, in quel giorno maledetto, in quella lunga interminabile sofferenza.
Fu portata, senza volerlo veramente, nell’esatto momento in cui la cosa accadeva.
I pensieri presero ad affollarsi uno dietro l’altro.
Rivisse le stesse emozioni, pensò le medesime cose di allora.
Man mano si sentì incredula, smarrita, confusa, timorosa, angosciata, spaventata.
In una parola: sola.
Mille sensazioni, le stesse di quelle ore, presero a tormentarla. Ogni azione che subiva, una conseguenza su di lei. Ad ogni minaccia aumentava la paura, alla derisione subentrava l’imbarazzo, alla violazione montava la rabbia, alla violenza l’odio, al dolore la sopportazione.
Una lettera senza francobollo e dalla forma piuttosto consistente gli venne fatta arrivare direttamente sulla scrivania. Nessuno sapeva chi gliel’aveva recapitata. Un collega, quello della postazione accanto alla sua, alzò le spalle come a dire che lui non sapeva alcunché di quella busta senza mittente. Vi era scritto a penna soltanto il suo nome: Rocco Alibrandi, e una croce per indicare che era indirizzata proprio a lui.
Se la rigirò per qualche minuto fra le mani, nel cercare di indovinare cosa vi potesse contenere. Alla fine la aprì. E la lesse tutto d’un fiato.
Allibito! Non era precisamente quello il termine che poteva descrivere ciò che aveva provato mentre leggeva.
Erano un centinaio di paginette scritte a mano con una calligrafia minuta e tondeggiante. Alla fine, su un foglietto a parte, un’esortazione: «Ti prego fa' qualcosa, fallo per me, per tutte le ragazze, per tutte le donne».
Dopo aver tutto letto, si prese la testa fra le mani.
Poi, di colpo, decise: alzò la cornetta e chiamò il comandante dei carabinieri, col quale si sentiva ogni giorno per via dei controlli di cronaca.
«Colonnello Michele Restivo? Le devo parlare. Di un affare molto riservato. Di un fatto talmente assurdo... di una violenza inaudita, inenarrabile, accaduta diverso tempo fa. Vorrei sapere se si può indagare... se si può ancora. Come venirne a capo... La vengo a trovare domani mattina, nel suo ufficio, come al solito poco prima dell’ora di pranzo. Così mi riferisce anche degli altri fatti di nera da pubblicare sul giornale di dopodomani».
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