ALCHIMIA & DINTORNI
Seneca, come vivere una vita da “stoico”

Come trovare la nostra felicità interiore e riuscire a dominare le nostre passioni? Ce lo insegna lo “stoicismo” di Seneca, che riuscì persino a “fuggire” dalla pazzia di Nerone (Immagine Ri_YA – Da Pixabay)
Con Seneca, uno dei filosofi legato allo “stoicismo”, continua la rubrica “Alchimia & Dintorni”, a firma di Aleister, con la conoscenza di filosofi, dottori in medicina e alchimisti.
di Aleister
LUCIO ANNEO SENECA nasce a Cordoba, attorno al 4 a.C. in una una ricca famiglia provinciale di rango equestre. Si trasferisce a Roma in giovanissima età e lì avviene la sua formazione “retorica” e filosofica presso la scuola di Papirio Fabiano, che lo avvia alla filosofia stoica. Nonostante la sua indole e gli insegnamenti dei suoi maestri lo facessero propendere per una vita contemplativa da studioso, viene introdotto nell’ambiente dell’imperatore Caligola, intraprende la carriera politica e ottiene la questura. Oratore di successo, ammirato e acclamato, suscita l’invidia del principe stesso. Caligola progetta persino di farlo uccidere e viene convinto a desistere dal suo scopo solo grazie all’intercessione di una donna patrizia molto influente.
Seneca si guadagna anche le antipatie dell’imperatore successivo, Claudio, ma questa volta per una questione di donne: viene accusato di adulterio dalla moglie del principe, gelosa di una sua rivale. Seneca viene condannato all’esilio in Corsica, dove rimane fino a quando è richiamato a Roma dalla nuova moglie di Claudio, Agrippina, madre di Nerone. La donna lo vuole come precettore per suo figlio, che sta preparando al ruolo di principe.
A Claudio succede Nerone e Seneca diventa il consigliere politico di un sovrano non ancora diciottenne. Le fonti concordano nel sostenere che Seneca, insieme ad Agrippina e al prefetto Afranio Burro, fu il vero reggente dell’impero in quegli anni. La sua speranza di fare del giovane un sovrano esemplare e illuminato era destinata, però, a naufragare miseramente. Nerone elimina la madre Agrippina, colpevole di eccessive intromissioni. Non è chiaro quale ruolo abbia avuto Seneca in questo delitto, ma sappiamo con certezza che resta al fianco dell’imperatore anche dopo l’omicidio, compromettendo così la propria immagine. Il volubile Nerone diventa sempre più sospettoso e insofferente ad ogni tutela. Seneca perciò, motivando la scelta con ragioni di età e di salute (che è sempre stata cagionevole), chiede espressamente a Nerone il permesso di abbandonare ogni attività pubblica e ritirarsi a vita privata, per dedicarsi esclusivamente ai suoi studi. Ma ciò lo rende ancora più sospetto agli occhi di Nerone, al punto che, a seguito di una fallita congiura organizzata dal senatore Pisone, Seneca viene accusato di tradimento. Anche se probabilmente era estraneo alla vicenda, Seneca non attende l’esecuzione della condanna a morte e decide di togliersi la vita, fedele ai dettami dello stoicismo. La sua morte, raccontata da Tacito, è eroica, atroce e teatrale. Dopo aver riunito i discepoli per un ultimo saluto e dopo averli invitati a non piangerlo, si taglia le vene dei polsi insieme alla moglie. A causa dell’età e della debolezza, tuttavia, il sangue non sgorga con la velocità necessaria. Decide, così, di tagliarsi anche le vene delle gambe e delle ginocchia. Non sopravvenendo ancora la morte, ingerisce un veleno che però non fa effetto a causa dell’emorragia. Allora si immerge in una vasca di acqua bollente e perisce dopo una sofferenza lunga e straziante per soffocamento a causa dei vapori. Siamo nel 65 d.C.
Il pensiero filosofico di Seneca è influenzato dallo stoicismo, dall’epicureismo e dal platonismo.
Dallo stoicismo riprende l’idea che l’uomo sia in grado di raggiungere la felicità e la libertà interiore solo se riesce a dominare le proprie passioni e la propria ira (come si afferma nel De ira). La vera felicità non è data dagli agi o dalla ricchezza, ma dalla virtù (concetti ben espressi nel De vita beata). Il vero saggio, dunque, è colui che pratica l’autàrkeia, cioè colui che è indipendente e autosufficiente, poiché allontana da sé ciò che è inutile ed è volto solo alla ricerca del bene, che può essere meglio perseguita durante i periodi di otium piuttosto che di negotium (questi concetti sono espressi nelle Lettere a Lucilio).
Tipico dell’influenza epicurea è, invece, il pensiero secondo il quale non bisogna temere la morte e si deve vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo.
Dal platonismo, poi, Seneca riprende il concetto in base al quale l’uomo può raggiungere la conoscenza tramite la filosofia. È proprio la conoscenza, infatti, che permette all’uomo di distinguersi dagli altri animali. La filosofia, dunque, si avvicina al potere: Seneca ritiene che solo un sovrano guidato dalla filosofia possa essere un buon capo per lo stato (come viene affermato nel De clementia).
Nel De vita beata, dedicato al fratello, Seneca ci dice che il fine della vita è posto, semplicemente, nel raggiungimento della felicità. Non è facile, però, comprendere quale sia la strada da intraprendere per arrivare alla felicità, ma per poterla percorrere bisogna, innanzitutto, “avere ben chiaro quel che vogliamo”; la meditazione personale, quindi, è la prima tappa da percorrere per poter giungere alla felicità. Seneca esclude a priori la possibilità di raggiungere la felicità seguendo l’opinione dei più: “sono gli esempi degli altri che ci guastano: solo se sapremo tenerci lontani dalla moltitudine potremo salvarci”; la massa, infatti, spreca il suo tempo, mentre il saggio riesce a dominarlo.
Ma non dobbiamo pensare che il modello di vita stoico debba essere votato all’ascetismo: bisogna, invece, accettare la vita che si prospetta nel corso della nostra esistenza terrena. Accettazione vuol dire prepararsi alle possibilità che ci attendono nel futuro in modo da essere pronti a qualsiasi evento, positivo o negativo. Non vuol dire privarsi di un certo benessere, ma saper dominare il mondo degli oggetti senza esserne dominati. Seneca era spesso criticato per lo stile di vita sfarzoso, ma lui rispondeva che “il sapiente tiene le ricchezze presso di sé come sue schiave, lo stolto, invece, come sue padrone”.
A proposito, Seneca ricorda che “il coltivare salutari inclinazioni è di per sé lodevole, indipendentemente dai risultati che si possono conseguire”.




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