ILNUOVOPAESE.IT di sabato 8 agosto 2026, Numero 2-3 (Anno XVI) - IN COPERTINA
“L’impunita. Una donna sola contro tutti”: un libro che sta facendo discutere
A DUE mesi e mezzo dall’uscita nelle librerie, il secondo romanzo di Francesco Caroli, “L’impunita. Una donna sola contro tutti”, edito da ERF edizioni, sta facendo senz’altro discutere per il particolare tema trattato: la violenza sul corpo delle donne. Inoltre, il titolo, a un primo impatto, può sembrare forzato e, se vogliamo, in controtendenza rispetto alla storia narrata: una ragazzina di appena quindici anni subisce, sul finire degli anni Settanta, a qualche anno di distanza dalla “strage del Circeo”, una brutale violenza di gruppo. Ispirato da un fatto vero, che è rimasto sino ad ora ignoto, il romanzo segue man mano tutto quello che succede in seguito all’abuso alla protagonista, Alessandra, che per dimenticare ciò che le è capitato si incammina lungo la strada della tossicodipendenza. Ma varie sono le “dipendenze” (isolamento dalla realtà e dagli altri, compreso i suoi genitori, sdoppiamento della personalità, depressione, anoressia, evasione scolastica, sesso estremo) che in seguito la tortureranno, sino a quando con un grande sforzo di volontà riesce ad affrancarsi dall’assunzione giornaliera della droga attraverso il ricorso al metadone e a incamminarsi verso un’esistenza tutto sommato normale. Dicevamo del titolo, che va letto tutto di seguito: “L’impunita. Una donna sola contro tutti”. È evidente che si tratta di una contraddizione in termini, di un paradosso, di una discrasia. Chi è “impunita”? Chi la fa franca rispetto ad azioni che stanno sul crinale della legalità, soprattutto perché gode di protezioni altolocate che la rendono intoccabile. E una donna sola contro tutti, “perdente” in tutti i sensi, non può essere “impunita”. Un concetto che viene rimarcato dalla postfazione al libro del paleoantropologo Roberto Macchiarelli, intitolata: “A proposito dell’Impunita, che poi impunita non è”. Diamo qui di seguito la possibilità di leggere in anteprima le prime pagine del romanzo: il “Prologo”, che introduce gli altri dieci capitoli che sono parte integrante al libro.
PROLOGO
Due anni dopo / Davanti allo specchio
All’improvviso, camminando a piedi nudi sulle punte, si ritrovò davanti allo specchio.
Si percepì come se non avesse più corpo.
A metà strada, dal letto alla specchiera del comò, una specie di robot saltellante ed esangue prese a osservarla.
Quell’immagine, del tutto inaspettata, non le disse proprio nulla. Chi era quella cosa, che la fissava senza battere ciglio?
Una cosa a lei del tutto ignota, che la guardava dallo specchio… senza un fremito, a occhi sbarrati! In un quadro allucinante, che si ripeteva all’infinito. E, dentro al quadro, un’ombra scontornata: un fantasma proveniente chissà da dove. Un puro spirito che non si riusciva a capire chi fosse. Era vestito di una lunga camicia da notte, dal colore indefinito, di un candido sporco forse, che arrivava fino ai piedi, aperta su di un petto da adolescente. I contorni del viso imprigionavano le orbite bianche delle pupille, che spiccavano come due piccoli led, e le iridi scure piuttosto larghe, che si indovinavano appena perché si perdevano nelle palpebre.
Chi era quell’essenza irriconoscibile?
Chi era lei?
Non ricordava in quel momento il suo nome.
Tre lettere le si affollarono nella mente.
A – Elle – E. ALE.
Ale?
Sì, ricordava ora.
Il suo nome si materializzò dallo zero della sua mente sbiancata. Alessandra. Sì, lei si chiamava Alessandra. Alessandra Moscatelli. Ale per tutti.
Sì, Alessandra!
Ma quante Alessandre si erano materializzate, da quel pomeriggio, dentro allo specchio?
Ale numero uno.
Una ragazzina carina, solare, con una gran voglia di vivere. E di divertirsi con le amiche. Generosa! Forse troppo. Con un grande desiderio, un sogno stupendo: trovare un ragazzo a cui voler bene, e che le avrebbe voluto bene. Innamorarsi. Per la prima volta, davvero. Fare con lui le prime scoperte da adolescente. E poi in modo naturale decidere di fare sempre con lui forse la prima volta l’amore. Una semplice speranza? Può darsi, ma anche una cosa in cui credere senza mezzi termini, sapendo che ne sarebbe valsa la pena.
Poi vi era la Ale numero due.
L’allieva problematica, quella che non studiava, che faceva sempre buca alle lezioni, la ribelle, che gli insegnanti additavano ai compagni come un cattivo esempio da non imitare, quella che a casa rientrava tardi la notte, all’alba, senza avvisare. La pecora nera della famiglia. La figlia che era una vera e propria disperazione per i genitori.
E la Ale numero tre?
Quella che credeva ciecamente negli altri e per questo la mettevano sempre in difficoltà.
E poi?
La Ale numero quattro, cinque, sei, sette… Quante le Ale che si erano riflesse in quello specchio? Lei non lo sapeva, e non lo voleva sapere.
Così lo specchio le restituì, come un debito che non aveva mai pagato, l’ultimo riflesso di un qualcosa che chiudeva completamente gli occhi e, nel momento stesso che li chiudeva, si accasciava sul pavimento.
***
Quanto tempo era rimasta lì stesa?
Se lo chiese appena riprese conoscenza.
Cercò di riordinare i pensieri, senza riuscirci in modo compiuto.
Facendosi forza, con una violenza inaudita su se stessa, aprì lentamente gli occhi.
Non si rendeva conto dove fosse finita, né da quanto tempo. Qualcosa le disse che era adagiata per terra, nella sua stanza, con il viso che poggiava direttamente sopra il freddo delle mattonelle.
Si trascinò con le mani verso il letto: un cucciolo che cerca disperatamente il calore protettivo della madre. Aggrappandosi al bordo della branda, con fatica si sollevò, riuscendo in pochi secondi a mettersi sotto le coperte.
Era sola nella stanza.
Ne fu contenta.
Poteva mettere ordine ai suoi pensieri senza essere disturbata.
Si accovacciò in posizione fetale, la posizione che prediligeva da coricata quando voleva rimanere isolata da tutto il resto.
Cercò con tutte le forze di riemergere dal torpore che le impediva di muoversi e ragionare. Voleva ad ogni costo tentare di essere presente a se stessa.
Per questo si sistemò supina, tirandosi le coperte oltre la testa. Sbatté più volte le palpebre per pensare a quello che le era accaduto in tutti quegli anni.
Il ricordo (che persisteva, e non si scioglieva come neve al sole, nonostante i suoi sforzi) la trasportò come sempre in quel luogo, in quel giorno maledetto, in quella lunga interminabile sofferenza.
Fu portata, senza volerlo veramente, nell’esatto momento in cui la cosa accadeva.
I pensieri presero ad affollarsi uno dietro l’altro.
Rivisse le stesse emozioni, pensò le medesime cose di allora.
Man mano si sentì incredula, smarrita, confusa, timorosa, angosciata, spaventata.
In una parola: sola.
Mille sensazioni, le stesse di quelle ore, presero a tormentarla. Ogni azione che subiva, una conseguenza su di lei. Ad ogni minaccia aumentava la paura, alla derisione subentrava l’imbarazzo, alla violazione montava la rabbia, alla violenza l’odio, al dolore la sopportazione.
La lettera
Una lettera senza francobollo e dalla forma piuttosto consistente gli venne fatta arrivare direttamente sulla scrivania. Nessuno sapeva chi gliel’aveva recapitata. Un collega, quello della postazione accanto alla sua, alzò le spalle come a dire che lui non sapeva alcunché di quella busta senza mittente. Vi era scritto a penna soltanto il suo nome: Rocco Alibrandi, e una croce per indicare che era indirizzata proprio a lui.
Se la rigirò per qualche minuto fra le mani, nel cercare di indovinare cosa vi potesse contenere. Alla fine la aprì. E la lesse tutto d’un fiato.
Allibito! Non era precisamente quello il termine che poteva descrivere ciò che aveva provato mentre leggeva.
Erano un centinaio di paginette scritte a mano con una calligrafia minuta e tondeggiante. Alla fine, su un foglietto a parte, un’esortazione: «Ti prego fa’ qualcosa, fallo per me, per tutte le ragazze, per tutte le donne».
Dopo aver tutto letto, si prese la testa fra le mani.
Poi, di colpo, decise: alzò la cornetta e chiamò il comandante dei carabinieri, col quale si sentiva ogni giorno per via dei controlli di cronaca.
«Colonnello Michele Restivo? Le devo parlare. Di un affare molto riservato. Di un fatto talmente assurdo… di una violenza inaudita, inenarrabile, accaduta diverso tempo fa. Vorrei sapere se si può indagare… se si può ancora. Come venirne a capo… La vengo a trovare domani mattina, nel suo ufficio, come al solito poco prima dell’ora di pranzo. Così mi riferisce anche degli altri fatti di nera da pubblicare sul giornale di dopodomani».
Hanno già detto del libro:
- È il più bel libro che abbia letto in questi ultimi anni.
- È un autentico capolavoro, da leggere subito. Soprattutto gli uomini lo devono leggere.
- Sono stata pagina dopo pagina con Alessandra, la protagonista del romanzo. Ho sofferto e vissuto con lei. Lei è stata una leonessa per uscirne da sola.
- È un libro dall’impatto fortissimo. E non solo per la storia che racconta. È il modo, lo stile, la scelta delle parole, la crudezza quasi asettica e giornalistica nel raccontare una violenza, con una grande sensibilità e delicatezza nella straordinaria capacità di leggere dentro il personaggio femminile. È un qualcosa che ho trovato straordinariamente geniale eppure primitivo, semplice.
- Questo libro parla con la voce di tutte le donne. Sarà che l’ho letto in modo introspettivo, ma è stato come un pugno allo stomaco, più potente delle altre sensazioni vissute durante la lettura. Sarà un milione di altre cose, ma l’ho trovato bellissimo.
- È un romanzo duro, crudo, in cui l’autore riesce a raggiungere un difficile equilibrio tra l’impersonalità della cronaca giornalistica e la descrizione accurata e puntuale degli stati d’animo di Alessandra e del suo alter ego, Ale, che con i suoi interventi contribuisce a moltiplicare e ad approfondire i vari livelli di lettura, che spaziano dall’analisi degli anni Settanta-Ottanta ai moti interiori dell’animo della protagonista. Lo stile, pulito e accurato, contribuisce al coinvolgimento emotivo del lettore.
- Bisognerebbe portarlo nelle scuole e nelle famiglie, per aprire gli occhi e la mente alle nuove generazioni, senza alcuna distinzione tra ragazze e ragazze.
- Ho letto “L’impunita” e non nego di essere sono rimasta positivamente sorpresa dal racconto, per quanto brutale ma ben espresso e accompagnando quasi per mano l’anima distrutta ma ancora vitale della protagonista: Ale/Alessandra. Ho riflettuto parecchio sul contenuto, che giorno dopo giorno e pagina dopo pagina andavo scoprendo, e devo ammettere che durante la lettura ho avuto come un peso sul cuore, che a volte mi ha suscitato ansia e risentimento, per non dire rabbia. Ho quasi adottato Ale/Alessandra, e avrei voluto proteggerla e farla sentire un po’ meno sola, sostenerla come una figura quasi materna.





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