SCIENZA, STORIA & NOI
«Ma veramente ci credi?» La pericolosa avanzata degli scettici della Scienza
a cura di ROBERTO MACCHIARELLI
(paleoantropologo, già professore ordinario al Dipartimento Geoscienze dell’Università di Poitiers e al Muséum di Storia Naturale di Parigi)
QUANDO SULLA costa orientale dell’isola di Honshū, la principale del Giappone, cominciarono i lavori di costruzione della centrale nucleare di Fukushima, i geofisici storsero il naso. Custoditi nei loro archivi, i rapporti dei geologi che avevano documentato l’esistenza all’interno dell’arcipelago di imponenti formazioni sedimentarie chiamate “depositi di tsunami”, databili a secoli e millenni precedenti, scoraggiava l’utilizzo di quel territorio per edificare una centrale nucleare. Ma il suggerimento ai politici e agli amministratori di sfruttare piuttosto la costa opposta, lontana dalle previdibili agitazioni tettoniche causa dell’attivazione di faglie profonde alla scala di centinaia e centinaia di chilometri, con fratture e sollevamenti abissali all’interfaccia tra la placca pacifica e quella eurasiatica, restò inascoltato: la costa occidentale non poteva essere utilizzata perché vulnerabile rispetto agli armamenti dispiegati dalla Corea del Nord.
Cosa successe l’11 marzo 2011 è storia: com’era già avvenuto in passato – e come accadrà di nuovo verosimilmente tra qualche secolo -, viaggiando alla velocità di un aereo di linea intercontinentale, onde di oltre 10 metri si infransero con potenza colossale lungo la costa orientale penetrando ancora una volta profondamente nelle terre e disintegrando in pochi secondi la logica ferrea del “bilancio costi/benefici”. Un altro terremoto.
Comunemente sollecitati dai politici e dagli amministratori a produrre rapporti tecnici e generare modelli previsionali, gli scienziati sono solo di rado presi veramente in conto, se non quando fa comodo, tendenza, o allora quando risulta proprio inevitabile. In ogni caso, il 90% dei parlamenti non dispone di un sistema strutturato di consulenza scientifica in grado di intervenire nelle fasi dell’iter legislativo.
Ma i cittadini hanno fiducia nella scienza?

Immagine originale di PABLO J. CASTILLO GUIRIBITEY (da: Chi Credi di Essere? Venticinque Storie che avrebbero dovuto leggerci. Edizioni Progetto Cultura, 2026)
Ma com’è percepita la Scienza, qual è il grado di fiducia dei cittadini nei suoi confronti? È la domanda cui la nota rivista scientifica Nature ha dedicato nel primo numero di luglio di quest’anno una serie di ben cinque articoli e rapporti d’inchiesta: non una questione marginale dunque, una mera curiosità, oggi non più.
In molti Paesi occidentali, primo fra tutti gli Stati Uniti, si registra un preoccupante calo di fiducia nelle istituzioni scientifiche. Diversi sondaggi internazionali indicano che, a causa di una più o meno diffusa retorica populista alimentata negli ultimi due decenni soprattutto attraverso i social, il lavoro degli scienziati ha perso molto del suo tradizionale “fascino” e i ricercatori sono piuttosto dipinti come un’élite privilegiata e distaccata dalla realtà, arrogante intellettualmente e non per forza affidabile, della quale taluni perfino sospettano: se non è il vostro caso, chiedete magari al vicino, o al fornaio, o…
In un accentuato clima di scetticismo popolare tendente al sospetto di cospirazionismo, non giova la percezione stereotipa del profilo socio-economico del ricercatore: di estrazione comunemente borghese, con alto livello di istruzione, di reddito medio-alto, che vive in aree urbane, viaggia molto, piuttosto eccentrico… Insomma, agli occhi di un “gilet jaune” dei nostri tempi, essere un intellettuale risulta quasi una colpa suscettibile di pena.
Questa perdita di fiducia istituzionale non si rivela elemento neutro nell’impatto sulle strategie di distribuzione dei fondi nazionali per la ricerca, soprattutto quelli di progetti pluriennali: dopotutto, quale sarebbe l’interesse dei politici e degli amministratori pubblici – che in genere già godono di consensi non proprio alle stelle e “speranza di vita” limitata nel tempo – a contraddire i segnali della base dei loro elettori? Certo, lo consiglierebbero almeno la conoscenza della Storia e una consapevole lungimiranza, ma la prima si impara già poco e male a scuola e si dimentica in fretta, mentre la seconda purtroppo non alberga sempre nello spirito di coloro con responsabilità collettive.
Una lettura schematica e semplicista dei risultati delle inchieste avulsa da un contesto comparativo non aiuta però a comprendere le dinamiche e le tendenze del fenomeno nella sua complessità. Un campione di 23.000 persone intervistate da una società londinese, per esempio, denuncia una perdita significativa di fiducia verso le istituzioni civiche in generale, verso i politici e gli amministratori, i funzionari, i giornalisti… salvando solo i medici e non maltrattando poi troppo gli scienziati.
Una tendenza che si sta affermando soprattutto nei Paesi anglosassoni è quella di una lettura “politica” del ruolo degli scienziati. Siccome questi ultimi vengono comunemente considerati piuttosto “di sinistra” (valutazione corretta, almeno secondo i sondaggi realizzati dalla fondazione Wellcome di Londra), godono di un certo consenso da parte dei cosiddetti “progressisti”, ma non dei “conservatori”. Alla polarizzazione “politica” si aggiungono talvolta altri elementi discriminanti, come il “credo religioso” e il titolo di studio degli intervistati. Un’associazione tra orientamento politico e fiducia/sfiducia nella Scienza si starebbe consolidando anche in Canada, Brasile, Italia, mentre su scala macro-geografica i Paesi a più elevata fiducia si troverebbero in Africa vs. quelli dell’ex mondo sovietico. A livello planetario, sembrerebbe poi che le donne si fidino maggiormente delle scienziate che dei loro colleghi uomini.
I rischi per una Scienza indipendente e a carattere universale, avulsa – o almeno distaccata – dalle passioni contingenti, dalle tendenze, da fenomeni transeunti, dalle narrazioni basate sul “sentito dire”, sulle interpretazioni delle testimonianze e delle esperienze parziali di alcuni, tendono ad accentuarsi nei modelli sociali a trazione populista cavalcati da demagoghi. Diversi indicatori mostrano come un numero crescente di persone riponga maggiore fiducia nelle informazioni fornite dai membri della propria famiglia, dagli amici, dai leader religiosi, piuttosto che dalle istituzioni scientifiche.
Le reti sociali sono talvolta letteralmente inondate da raffiche di fakes in grado di orientare le opinioni dei lettori più vulnerabili, meno attrezzati dal punto di vista delle conoscenze, specie tra i più giovani. Per esempio, all’OMS che sostiene che la vaccinazione contro il morbillo negli ultimi due decenni abbia salvato la vita a quasi 60 milioni di bambini, si oppongono diffuse opinioni basate su informazioni non verificate e dati privi di valore epidemiologico, rilanciati all’infinito attraverso i social che contestano con logiche negazioniste il lavoro degli scienziati e, talvolta, gridano addirittura al complotto. Purtroppo, queste ondate di disinformazione (“il latte crudo è più sano di quello pastorizzato”, “l’assunzione del paracetamolo durante la gravidanza è causa dell’autismo”…) non sono quasi mai contrastate con la stessa efficacia dagli addetti ai lavori.
Alcuni teatrini televisivi cui abbiamo assistito durante la pandemia COVID-19 – dove sono emersi contrasti anche flagranti tra “specialisti” (in realtà, nella prima fase critica, gli specialisti erano davvero pochi, addirittura a livello planetario) in merito alle raccomandazioni (uso delle mascherine, lockdown, comportamenti) – di sicuro non alimentano la fiducia dei cittadini (va detto che in quel periodo il nostro Paese ha brillato per frequenza e modesta qualità di incontri realizzati in stile “spettacolo” con lo scopo precipuo di fare audience, piuttosto che solida informazione).
Simili criticismi si registrano sulla questione (emergenza) climatica, materia sulla quale Scienza, politica e affari si incontrano e si scontrano con risultati alterni, ma comunque dagli effetti invariabilmente negativi per l’ambiente e la biosfera. D’altronde, il fatto che l’attuale presidente degli Stati Uniti – la cui amministrazione sta cavalcando lo scetticismo verso la Scienza per recuperare fondi da investire in altri settori, specie quelli con immediati interessi finanziari e industriali – abbia fatto campagna elettorale esponendo in varie occasioni un cartello con lo slogan “Trump digs coal” (“Trump punta sul carbone”) e sia stato largamente suffragato vuole pure dire qualcosa.
Chi ha ragione, chi torto? Evidentemente, non si tratta di una buona domanda, perché il soggetto è complesso.
Chi diffida della Scienza è spesso poco, o affatto, a conoscenza del metodo scientifico e delle sue implicazioni (stando ad alcuni sondaggi, la fonte più comune di “informazione scientifica” popolare sarebbe la piattaforma web YouTube), e questo anche a causa di programmi d’insegnamento nella scuola dell’obbligo che privilegiano magari le materie letterarie – per carità, di valore essenziale – a detrimento della biologia, delle geoscienze, della fisica, della chimica, considerate difficili, se non noiose (certamente le ultime due).
Facciamo un test: “Nel mezzo del…”, “Ei fu. Siccome…”, “La nebbia a gl’irti…”, “Quel ramo del…”, “L’albero a cui…”. E si potrebbe continuare. Bene: chi non sa aggiungere qualche parola ad almeno uno di questi incipit tra i tanti rimasti scolpiti in modo indelebile nei nostri ricordi, dove costituiscono un solido patrimonio di sapere collettivo? Proviamo invece con qualche quesito su non meno interessanti elementi di conoscenza scientifica, come ad esempio: “Cos’è la precessione degli equinozi e qual è il suo impatto sul clima del pianeta?”; “A quanto tempo rimonta l’origine del nostro genere, Homo?”; “Cosa c’è a 1.000, a 2.000, o a 3.000 km… di profondità sotto i nostri piedi?”; “Quanti geni sono attivi nei nostri cromosomi?”. E si potrebbe continuare.
Ma anche l’assenza di una cultura scientfica diffusa non spiega da sola tutto. Piuttosto che rimanere confinati nella loro bolla di pratiche e di logiche di competizione individuale o di gruppo per assicurare una produttività sempre maggiore al fine di garantirsi in primo luogo l’accesso ai fondi di ricerca, sta agli scienziati l’onere di colmare il divario, talvolta le fratture, con i cittadini, con le comunità, con i contesti sociali di riferimento attraverso un maggiore impegno alla comunicazione trasparente del loro lavoro, nonché quello di scrollarsi di dosso l’immagine di elitarismo.
Sarebbe dunque importante che, nel redigere i progetti di ricerca e formulare richieste di finanziamenti pubblici, gli scienziati informino e discutano anche con le comunità sociali di riferimento, non per chiedere l’opinione personale dei singoli – a priori, non competenti, pur se portatori di altre competenze – ma per informare, spiegare, confrontarsi rispetto alle domande, quali esse siano, per poi rilanciare lo scambio a progetti realizzati, per rendere veramente pubblici i risultati e chiarirne significato e implicazioni, trattando magari anche i fastidiosi lati grigi e contraddittori che si annidano nelle pieghe di qualsiasi ricerca indipendente. È l’attività promossa ad esempio dal Danish Board of Technology (oggi Democracy x), una fondazione nonprofit che organizza da anni incontri pubblici su tecnologia genetica e ambiente marino per contribuire a definire le agende legislative danesi. Questo non è populismo, ma esercizio della democrazia.
Certo, si tratta di sottrarre tempo e aggiungere ulteriori carichi di lavoro ad una attività per propria naura già non semplice, ma alla lunga questo tipo di esercizio non solo migliorerebbe la percezione sociale della Scienza – anche se non necessariamente la qualità dei suoi prodotti -, ma favorirebbe un circuito virtuoso di fiducia e responsabilità reciproca tra chi indirettamente finanzia le ricerche e chi le realizza: ne abbiamo bisogno, oggi più che mai.
E il 10 novembre a Martina Franca, in Puglia, si tiene la XXV giornata mondiale UNESCO della Scienza per la pace e lo sviluppo
Il 10 novembre prossimo (a Martina Franca, la vigilia dei Santi Patroni), ricorrerà la venticinquesima “giornata mondiale della Scienza per la pace e lo sviluppo” proclamata dall’UNESCO: riflettiamoci e, magari, facciamo anche noi un gesto, un qualcosa anche minuscolo ma consapevole (regaliamo un libro ad un giovane conoscente, assistiamo ad una presentazione su tematiche scientifiche, rilanciamo nel nostro entourage un’informazione confermata o un articolo tematico estratto da una rivista qualificata…) per difendere il valore del patrimonio di conoscenze che, con tutte le sue contraddizioni, incertezze e fragilità, dalla fine del Medioevo la Scienza ha saputo produrre, talvolta battendosi contro pregiudizi e censure.
Per concludere prendendo spunto dall’ultimo articolo della serie dei contributi appena pubblicati da Nature, facciamo tutti qualcosa “per rafforzare la Scienza come pietra angolare del progresso”.





Tutta questa disinformazione e scetticismo per la scienza declinata in qualsiasi suo aspetto non saranno forse figli di un progressivo spostamento a destra delle politiche di molti Stati europei e oltreoceano(leggi USA), che hanno grande interesse a mantenere i popoli sempre più ignoranti e quindi lontani dalle verità scientifiche più innegabili vedi i novax, i terrapiattisti, i negazionisti degli effetti dirompenti dei gas serra e così via. Stiamo assistendo ad una veloce quanto drammatica involuzione dell’applicazione dell’ intelligenza umana ai sempre più grandi problemi che ci affliggono ormai quotidianamente e l’uso della IA non fa che peggiorare la ricerca del bene comune portando sicuramente il nostro pianeta o meglio i suoi peggiori abitanti (noi umani) ad estinguerci.