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TERRITORIO & PROFESSIONALITÀ - A colloquio col pedagogista Pierluca Turnone

«La mia attenzione è per un insegnamento che si rivolga all’uomo in quanto uomo»

Riprendiamo la collaborazione “storica” (essendo una delle firme prestigiose della nostra testata sin dai primi numeri cartacei, che risalgono al 1993) col professor Mario Castellana (già Università del Salento), che torna con la sua rubrica di interviste con personalità emergenti del nostro territorio. Questo primo incontro è con Pierluca Turnone, professore associato di Pedagogia generale e sociale (PAED-01/A) alla Facoltà di Scienze umane, della formazione e dello sport dell’Università Pegaso (Napoli).

Ricerca e metodologia ermeneutica per una nuova scuola 

Alunni & insegnanti per una nuova pedagogia "ermeneutica" (Foto Pixabay)

Alunni & insegnanti (Foto Pixabay)

Pierluca Turnone

Pierluca Turnone

Professor Turnone, dove ha compiuto i suoi studi?

«Dopo il diploma liceale, ho conseguito la laurea in Filosofia all’Università “La Sapienza” di Roma, dove ho potuto approfondire alcune questioni ultimative poste da Immanuel Kant e successivamente dagli autori più rappresentativi della filosofia classica tedesca. Per tale ragione, ho in seguito optato per il curriculum magistrale internazionale Deutscher Idealismus und moderne europäische Philosophie, conseguendo un doppio titolo presso La Sapienza e la Friedrich-Schiller-Universität di Jena. Sono quindi rientrato a Taranto, mia città natale, dopo essere stato ammesso a frequentare il corso di dottorato in “Diritti, economie e culture del Mediterraneo” (Dipartimento jonico, Università di Bari), dedicando i miei interessi di ricerca prevalentemente alla filosofia dell’educazione e alla pedagogia generale e sociale».

Come si è sviluppata la sua passione per la ricerca?

«Devo tutto al mio maestro, il professor Riccardo Pagano. È infatti stata la sua guida, costante e preziosa, a orientare le mie ricerche secondo i principi dell’accademia ed entro un chiaro indirizzo epistemologico: la scuola teorico-educativa inaugurata dal professore Pagano, infatti, è quella della pedagogia ermeneutica, attenta ai fondamenti e alla costellazione valoriale di una formazione centrata sull’uomo in quanto uomo. Inoltre, l’impegno del professor Pagano è sempre stato rivolto alla crescita e allo sviluppo del territorio ionico e del nostro Sud, parte integrante dello straordinario mosaico culturale del Mediterraneo: un impegno esemplare, insieme civile e intellettuale, al quale ispiro la mia condotta di vita».

In quale campo ha concentrato la sua ricerca?

«Negli anni dottorali, mi sono concentrato sulla definizione formale (ossia a livello di principi e di categorie generali) di una proposta educativa valida per misurarsi con le sfide della contemporaneità (postmoderno, questione del soggetto, post- e transumanesimo, tecnocentrismo): nella monografia scaturita da tale lavoro, ho denominato “pedagogia del limite” l’ipotesi di questa possibile, nuova paideia per il nostro tempo. In prospettiva storico-critica, ho approfondito la teoresi pedagogica di alcune delle più rilevanti figure intellettuali del Novecento italiano. Il mio impegno, tuttavia, si è affacciato anche alla dimensione pratico-operativa della scienza pedagogica; dal 2022 al 2024, infatti, sono stato assegnista di ricerca nell’ambito del progetto regionale «», che si proponeva di studiare nuovi metodi educativi al fine di contrastare la dispersione scolastica nei rioni più a rischio della città di Taranto, attraverso l’organizzazione di incontri di laboratorio che hanno coinvolto gli alunni di alcuni istituti e le maestranze locali del territorio. Ho svolto tale lavoro sotto la supervisione scientifica della professoressa Adriana Schiedi, associato di Pedagogia generale e interculturale presso il Dipartimento ionico e con la quale continuo tuttora a collaborare».

Ci può descrivere brevemente alcuni dei risultati ottenuti?

«I risultati sono sempre frutto di un lavoro condiviso, portato avanti da un gruppo di ricerca coeso e affiatato. Porto ad esempio le incoraggianti evidenze del progetto ICARUS che, oltre ad aver promosso la costituzione di rapporti di sinergia tra più soggetti istituzionali (variamente legati al mondo della formazione), hanno restituito molti segnali positivi: entro lo spazio laboratoriale, che è anche un peculiare “spazio di pensiero”, l’incontro ravvicinato con esperti di sicura esperienza e competenza e con le maestranze locali ha suscitato in diversi alunni, come dichiarato dagli stessi ai loro insegnanti, una riflessione più consapevole intorno al senso del proprio percorso a scuola e riguardo ai possibili futuri lavorativi, riscoprendo l’importanza di apprendere in modo diverso e di impegnarsi concretamente per dare una direzione determinata alla propria formazione professionale. A mio parere, si tratta indubbiamente di risultati incoraggianti, che sarebbe opportuno tesaurizzare nella prospettiva di un approfondimento e di una prosecuzione della ricerca».

Quali potranno essere i benefici della sua ricerca in prospettiva?

«Spero che la mia ricerca possa offrire un contributo agli studi di settore che, come dicevo poc’anzi, concernono tanto l’anima teoretica del discorso pedagogico, quanto le sue applicazioni concrete e operative. C’è bisogno di tornare ai fondamenti della ricerca pedagogica, e insieme di riflettere sulla sua storia e i suoi metodi, in modo che non venga mai meno la direzione di senso delle “buone pratiche” e della stessa educazione umana. Quest’ultima, in quanto dinamica trasformativa di un chi da educare/formare, è calata in un preciso contesto temporale, geografico, sociale che va sempre tenuto presente, giacché la storia, come affermava Benedetto Croce, è sempre contemporanea».

Ci può dire quali sono i suoi interessi negli ultimi tempi?

«In questo periodo sto approfondendo i profili istituzionali e gli impliciti pedagogici della Patavina Libertas, quel particolare “clima” di libertà (dalle valenze molteplici e niente affatto scontate) che contraddistingue l’Università di Padova sin dagli albori della sua storia. L’interesse è dovuto al fatto che un mio antico parente, il martinese Francesco Turnone (1579-1656), rivestì la carica di magnifico rettore dell’Università degli Artisti (ovvero dei Filosofi, dei Medici e dei Teologi) dello Studio di Padova tra il 1603 e il 1604, nel pieno dell’età d’oro patavina: in quegli anni, infatti, insegnavano in loco personalità del calibro di Galileo Galilei, Cesare Cremonini e Girolamo Fabrici d’Acquapendente. In omaggio alle mie radici martinesi, sono onorato di collaborare con Domenico Blasi e con il Gruppo Umanesimo della Pietra da lui diretto, imprescindibile punto di riferimento per la cultura del territorio».

Ad un giovane come lei che ha voglia di intraprendere l’attività di ricerca, cosa consiglierebbe?

«Consiglierei senz’altro di studiare. Studiare tanto, studiare sempre, senza alcun tipo di pregiudizio intellettuale; perché, anche se sembra banale ricordarlo (e non lo è), tale attività costituisce uno dei pilastri della vita accademica. L’altro pilastro, come ricordavo prima, è rappresentato dal rapporto maestro-allievo, che è una dimensione essenziale per conoscere il meraviglioso mondo universitario e capire davvero cosa significhi fare ricerca».

Come continua il suo rapporto col nostro territorio?

«Ho avuto la fortuna di poter svolgere i miei studi e le mie ricerche sul nostro territorio: quali che siano le vie del futuro, cercherò sempre di coltivare in modo proficuo l’intimo rapporto che mi lega alla mia terra e alle sue diverse anime».

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